Trent’anni dopo, il sapore della gloria è ancora intatto: Gianluca Pessotto riapre lo scrigno dei ricordi della Juventus 1995/1996, l’ultima armata bianconera capace di salire sul tetto d’Europa. In un’intervista esclusiva rilasciata a Tuttosport, l’attuale dirigente della Continassa ha decodificato il DNA di quella squadra leggendaria, svelando retroscena inediti sulla finale di Roma e sulla leadership di Marcello Lippi e Gianluca Vialli. Dal rigore “incosciente” segnato a Van der Sar alla consapevolezza nata nelle sfide contro Borussia Dortmund e Real Madrid, il racconto di Pessotto non è solo amarcord, ma un manifesto di resilienza per la Juventus del presente.
Il cuore del dispaccio riguarda la freddezza dal dischetto nella notte dell’Olimpico: «Lippi ci caricò dicendo di non provare i rigori perché avremmo vinto prima, ma io volevo esserci. Mi allenai con il magazziniere e tirai esattamente come in partita: fui freddo, ma anche incosciente», ha confessato Pessotto, sottolineando come la forza di quel gruppo risiedesse nell’autogestione dei leader come Ferrara, Deschamps e Peruzzi. Un’eredità tattica e mentale nata, secondo l’ex terzino, dalla celebre intuizione di Lippi a Foggia l’anno precedente, quando il tecnico cambiò modulo varando il tridente pesante che avrebbe poi scardinato l’Europa.
Il ricordo più commosso è dedicato a Gianluca Vialli, definito “il numero uno dei rompipalle” per la sua ossessione maniacale verso l’allenamento: «Non faceva passare nulla, si arrabbiava per un passaggio sbagliato, ma la sua generosità era devastante. Quella coppa è stata la chiusura del suo cerchio». Pessotto ha poi tracciato un parallelo con l’attualità, blindando il club dalle critiche esterne: «Hanno provato ad abbatterci un miliardo di volte, ma la Juve non muore mai. Dobbiamo restare uniti per tornare a vincere la Champions». Una dichiarazione di appartenenza che suona come un monito per la rosa di Spalletti in vista del finale di stagione.
