Ore decisive, questione di attimi: tra oggi e domani si saprà se Luciano Spalletti avrà messo nero su bianco il rinnovo fino al 2028. Gli accordi sono cambiati, la qualificazione alla Champions è ancora tutta da inseguire, ma non sarà questo a decidere il futuro del tecnico. La Juventus, infatti, prepara una partita diversa, con un progetto più ambizioso sul tavolo per convincere Spalletti.
Il destino di Spalletti e della Juventus è ancora da decidere
Il percorso di Spalletti con la Vecchia Signora sembrava destinato a chiudersi a fine stagione in caso di mancata qualificazione in Champions League, ma per il tecnico di Certaldo la partita è ancora aperta. Dopo la delusione con la Nazionale, Spalletti aveva scelto di rimettersi in gioco per dare un finale diverso alla sua carriera, e ora il suo futuro resta appeso a poche ore decisive. Dalla Continassa si attende la fumata: bianca o nera, sarà lei a stabilire se sarà ancora Spalletti a guidare la panchina bianconera fino al 2028. Intanto, con sei giornate al termine del campionato, la corsa Champions si complica e il rischio di vederla portata via dal Como si fa sempre più concreto. Eppure, proprio nel momento più delicato, Spalletti sta riuscendo dove gli altri avevano fallito: ridare identità e fame di vittoria a una Juventus in ricostruzione. La dirigenza guarda avanti, tra mosse di mercato e un progetto chiaro: affidarsi all’esperienza del tecnico per ricompattare l’ambiente e rilanciare i bianconeri verso una nuova stagione da protagonisti.
Spalletti ha tutte le carte in regola per ricostruire la Juventus
Spalletti è l’uomo giusto: esperienza, carisma e una visione moderna a servizio della Juventus, con l’ambizione di riportarla a ragionare da club vincente, abituato a stare davanti a tutti. Perché i risultati contano fino a un certo punto se in campo mancano identità, intensità e presenza. Sono queste le basi su cui Spalletti sta ricostruendo la Juventus. Già nel post partita contro il Genoa si erano colte chiaramente le sue intenzioni: “Negli ultimi due giorni non ci siamo allenati, li ho lasciati liberi, abbiamo staccato. Li ho portati in campo a camminare, a fare solo calci piazzati, per cui non è così. E’ che a volte si accetta di essere la versione inferiore di noi stessi: sono 6 o 7 mesi che sono qui e ancora non sono certo di quello con cui ho a che fare, perché non è possibile dopo un primo tempo come quello che abbiamo fatto farne un secondo in questa maniera qui…E se poi, siccome il calcio è uno sport episodico, se segnano il calcio di rigore diventa una serata difficile da portare a casa”.
