La fotografia dell’industria automobilistica italiana si fa sempre più nitida, e il quadro che emerge è tutt’altro che rassicurante. Il 2025 segna un punto di minimo storico per la produzione nazionale, una soglia che non veniva toccata da oltre settant’anni e che certifica una crisi ormai strutturale, non più episodica.
Produzione sotto i livelli storici: il dato che cambia la prospettiva
I numeri raccontano una realtà difficile da aggirare. Nel corso dell’anno appena chiuso, Stellantis ha prodotto in Italia meno di 380mila veicoli complessivi, tra autovetture e mezzi commerciali. Una caduta netta, che interrompe qualsiasi illusione di stabilizzazione e riporta il settore a livelli che non si registravano dal secondo dopoguerra.
A certificare il dato è l’analisi della Fim-Cisl, che parla apertamente di un arretramento senza precedenti nella storia industriale recente del Paese.
Auto in forte sofferenza, tengono solo i commerciali
Il crollo è particolarmente evidente nel comparto delle autovetture, che rappresentano il cuore simbolico e produttivo dell’automotive italiano. Qui il ridimensionamento è profondo, con una contrazione che sfiora un quarto dei volumi rispetto all’anno precedente. Meno marcata, ma comunque significativa, la flessione dei veicoli commerciali, che riescono almeno in parte a contenere l’impatto complessivo.
Secondo Ferdinando Uliano, il bilancio finale avrebbe potuto essere ancora più pesante senza alcune operazioni correttive arrivate nel finale d’anno. L’avvio di nuovi modelli in stabilimenti chiave e il contributo del comparto dei commerciali hanno evitato un tracollo ulteriore, ma non hanno invertito la tendenza.
Gli stabilimenti: un Paese che produce a due velocità
Se si entra nel dettaglio territoriale, il quadro si fa ancora più sbilanciato. Mirafiori rappresenta l’unica eccezione positiva, con un incremento produttivo che spicca in mezzo a un panorama di segni meno. Una crescita legata all’introduzione di nuovi modelli, che però non basta a compensare il resto del sistema.
Altrove, la produzione arretra in modo netto. Stabilimenti storici come Melfi registrano cali che superano abbondantemente il 40%, mentre altri siti industriali si muovono tutti lungo una traiettoria discendente a doppia cifra. È un’Italia industriale che perde massa critica, pezzo dopo pezzo.
Lontani dagli obiettivi e con metà forza lavoro coinvolta
Il dato forse più allarmante non è solo il confronto con l’anno precedente, ma quello con gli impegni presi. In meno di due anni la produzione si è praticamente dimezzata rispetto ai livelli del 2023, restando drammaticamente distante dall’obiettivo del milione di veicoli indicato nei tavoli istituzionali.
Le conseguenze sono già visibili sul piano sociale: quasi metà dei lavoratori del gruppo in Italia è coinvolta negli ammortizzatori sociali, un segnale che trasforma la crisi industriale in una questione occupazionale di primo piano.
Un segnale che va oltre Stellantis
Quello che sta accadendo non riguarda solo un gruppo industriale. È il termometro di un intero sistema produttivo che fatica a trovare una direzione chiara tra transizione energetica, scelte industriali e politiche di supporto. Il 2025 rischia di essere ricordato non come un anno di passaggio, ma come il momento in cui il declino è diventato evidente a tutti.

