Per il secondo anno consecutivo, la Juventus abbandona la Coppa Italia ai quarti di finale. Ma se l’eliminazione per mano dell’Atalanta non può essere definita un tracollo tecnico, le scorie lasciate dal match di Bergamo aprono una riflessione profonda che va ben oltre il risultato del campo. Le parole di Luciano Spalletti nel post-partita hanno tracciato un solco netto: «Non mi è piaciuto quando ci siamo disuniti, abbiamo sbagliato tutte le scelte determinanti, mentre l’Atalanta le ha prese giuste». Una sentenza che sposta il focus della critica dalla cronica mancanza di cinismo sotto porta a un problema più strutturale: la tenuta dei pilastri e l’apporto inconsistente delle cosiddette seconde linee.
Stanchezza da “over-use”: i pilastri iniziano a vacillare
Il dato che emerge con prepotenza dalla trasferta orobica riguarda lo stato di forma dei fedelissimi. Bremer, Kalulu e McKennie, i tre uomini a cui Spalletti non rinuncia mai, hanno mostrato segni di appannamento preoccupanti. Se il centrale brasiliano è apparso meno lucido del solito in fase di chiusura, il francese Kalulu – che finora non ha saltato un solo minuto stagionale – è sembrato vittima di una stanchezza fisica e mentale evidente.
Lo stesso McKennie, motore instancabile del centrocampo, ha faticato a trascinare la manovra, confermando che il conto dei minuti sta presentando un saldo salatissimo. Mentre Yildiz ha potuto beneficiare di un turno di riposo, la spina dorsale della squadra è rimasta in campo per tutti i 90 minuti, pagando dazio in termini di lucidità proprio nei momenti decisivi della sfida.
Il rebus dei cambi: Zhegrova e Koopmeiners sotto accusa
Se i titolari soffrono per il troppo impiego, le risposte che arrivano dalla panchina non sembrano rassicurare lo staff tecnico. Il “fattore cambi”, che dovrebbe rappresentare l’arma in più nei finali di gara, si è rivelato una polveriera bagnata. Sotto la lente d’ingrandimento della redazione finiscono soprattutto Koopmeiners e Zhegrova. Entrambi sono entrati in campo con il compito di cambiare l’inerzia del match, ma nessuno dei due è riuscito a incidere o a fornire quella scintilla necessaria per ribaltare il destino della qualificazione.
Nemmeno l’ingresso di Openda, seppur limitato nel tempo a disposizione, ha sortito effetti tangibili. Note liete, seppur parziali, sono arrivate paradossalmente da chi era fermo da tempo: Boga, nonostante l’inattività che durava da novembre, ha mostrato spunti interessanti, così come Holm, che ha provato a dare ampiezza alla manovra in un contesto ormai compromesso. Resta però il dato di fondo: il divario di rendimento tra chi parte dall’inizio e chi subentra è ancora troppo marcato.
Febbraio senza appello: serve la svolta del gruppo
Il calendario non concede pause e il mese che sta per aprirsi si preannuncia decisivo per le ambizioni stagionali. Il segnale d’allarme, già avvertito nella trasferta di Montecarlo e amplificato dalla debacle di Bergamo, è chiaro: la Juventus non può permettersi di arrivare agli appuntamenti cruciali con i “titolarissimi” spremuti e le riserve in cerca di identità.
Il compito di Spalletti sarà quello di gestire le rotazioni con maggiore coraggio, ma la risposta dovrà arrivare dai singoli. Chi subentra deve dimostrare di poter spostare gli equilibri, permettendo ai leader della squadra di rifiatare senza che il livello della prestazione ne risenta. La stagione entra nel suo imbuto finale: la concretezza sotto porta di David e Conceição – anche ieri apparsi imprecisi come già accaduto contro Lecce e Cagliari – è solo una parte del problema. La vera sfida della Juventus sarà trasformarsi da “undici d’acciaio” a collettivo totale.
