Sul palco del Teatro Regio di Torino, durante l’evento dedicato a Gianluca Vialli, Luciano Spalletti ha offerto un racconto intimo e personale, intrecciando memoria, ironia e una riflessione profonda sul mestiere di allenatore. Non un discorso celebrativo di rito, ma una testimonianza viva di come Vialli abbia inciso nelle persone prima ancora che nel calcio.
L’intervento di Spalletti ha restituito il profilo di un leader capace di alzare gli altri, di non accettare fragilità come destino e di lasciare tracce riconoscibili ovunque fosse passato.
Il primo incontro e l’amicizia nata sul campo
Spalletti torna indietro agli inizi, quando giocava in C2 e le squadre di Serie A organizzavano amichevoli. “Io ero quello un po’ più in vista e la mettevo sulla forza”, racconta. Poi l’impatto con Vialli, allora alla Sampdoria: “Mi arriva addosso come un tir, mi butta a terra, poi torna con mezzo sorriso e mi dice: può succedere”. Un episodio che diventa innesco di un rapporto: “Negli anni successivi mi ha riconosciuto, è nata una bella amicizia”.
Non solo aneddoti: “Cercavo il duello con quelli più grossi per sentirmi più forte anch’io”. È già un manifesto caratteriale, che Spalletti riconosce in Vialli e, in parte, in sé.
“Ci sono tracce di Vialli ovunque”
Il ricordo più forte è quello umano. “Ho avuto la fortuna di rivivere in posti dove lui è passato: ci sono tracce di Gianluca ovunque, frasi sui muri, segni evidenti”. Vialli come guida morale, non come santino. “Una volta mi ha detto: tu hai le soluzioni per far fronte a tutto. Non voleva vedermi nei panni di quello debole”. È l’idea di responsabilità che Spalletti porta ancora con sé.
Allenare oggi: liberare, non ingabbiare
Dal ricordo si passa al presente. Spalletti riflette sul ruolo dell’allenatore moderno: “Loro devono sapere che sono i protagonisti. Noi dobbiamo liberarli dalle prigioni dei ruoli e far esprimere le loro qualità”. La competenza è data per scontata ad alti livelli; la differenza la fa la capacità di scavare dentro.
Sull’“allenatore in campo” è netto: “Un po’ esiste ancora, ma dobbiamo fidarci dei giocatori. Sono loro a rendere forti le squadre”. Un principio che ribadisce anche parlando del suo presente: “Con la Juventus stiamo sulla strada buona”.
Ironia e nostalgia, senza retorica
C’è spazio anche per l’autoironia, quando ricorda l’idolatria giovanile: “I giovani guardano i campioni per somigliare a qualcosa. Io guardavo Vialli e poi ho dovuto scegliere tra le sue rovesciate armoniose e il taglio di capelli. Ho scelto i capelli”. Una chiusura leggera, che non sminuisce il peso del ricordo, ma lo rende umano. Spalletti non ha parlato di Vialli come di un’icona distante. Ne ha restituito la forza concreta: quella di chi ti guarda e ti chiede di essere all’altezza, sempre.

