Il rigore sbagliato contro il Lecce non è stato un episodio qualsiasi. È stato uno specchio. Dentro quel pallone calciato senza convinzione c’era tutta la fragilità di una Juventus che crea, domina a tratti, ma non chiude. E quando non chiudi, nel calcio, paghi. Sempre.
La squadra di Luciano Spalletti ha giocato una delle sue partite più brillanti per qualità e controllo, almeno per un’ora. Ma il risultato finale ha raccontato altro. Ha raccontato che questa Juve, oggi, vale il quarto posto. Non per mancanza di idee, bensì per assenza di ferocia davanti alla porta.
Quando anche Sacchi guarda i singoli
Se persino Arrigo Sacchi – l’uomo del sistema, del collettivo, del “giuoco” – si ferma sui nomi e si chiede se gli attaccanti siano “da Juventus”, allora il problema è reale. Non filosofico, ma concreto. Questa squadra non ha un finalizzatore che sposti il peso delle partite.
Il pareggio con il Lecce lo ha ribadito con crudezza. Due pali, certo. Ma anche occasioni non trasformate, scelte timide, un rigore che pesava tonnellate e che chiedeva coraggio prima ancora che tecnica. E il coraggio, come il killer instinct, non si insegna. O ce l’hai o non ce l’hai.

Il paradosso degli attaccanti
La Juventus vive un paradosso quasi grottesco: ha quattro centravanti a libro paga, ma nessuno che faccia davvero la differenza. Jonathan David e Loïs Openda arrivavano da stagioni prolifiche all’estero, rispettivamente a Lille e Lipsia. A Torino, però, si sono inceppati. Non per mancanza di occasioni, ma per incapacità di convertirle.
Poi ci sono Dusan Vlahovic, fermo ai box, e Arkadiusz Milik, presenza ormai più teorica che reale. E intanto il fantasma resta uno solo: Cristiano Ronaldo, 81 gol in 98 partite di campionato. Numeri che nessuno, dopo di lui, è riuscito nemmeno ad avvicinare.

Una squadra che semina, ma non raccoglie
Spalletti continua a lavorare, a costruire, a seminare. I dati dicono che è difficile battere la Juventus, ma altrettanto difficile è vederla vincere con continuità. I pareggi si accumulano, le vittorie mancano, e il campionato non aspetta.
La Juve è una creatura ambigua, una dottoressa Jekyll circondata da troppi mister Hyde. Brilla per lunghi tratti e poi si sabota. Emblematico Andrea Cambiaso, capace di intuizioni geniali e errori sanguinosi. Simbolico anche Weston McKennie, jolly eterno, sempre sul punto di partire e sempre utile, utilizzato ovunque perché manca un’identità definitiva.

Il mercato come ultima candela
A gennaio, come sempre, si accenderanno ceri al mercato. Ma la verità è scomoda: serve un bomber proprio quando teoricamente non dovrebbe servire. E questo dice tutto. Le voci su rinforzi a centrocampo, come Davide Frattesi, non risolvono il nodo principale. Senza qualcuno che trasformi il dominio in gol, il resto è contorno.
La difesa, con il rientro di Gleison Bremer, è tornata affidabile. Ora il faro si sposta inevitabilmente davanti. Perché tra Pisa e Lecce la diagnosi è stata chiara: prima più gol che occasioni, poi più occasioni che gol. In entrambi i casi, qualcosa non torna.

Il rischio di un’eclissi
Il calendario stringe, e la Juventus non può permettersi blackout. Un calo di Kenan Yildiz sarebbe devastante, perché toglierebbe fantasia e soluzioni a una squadra che già fatica a essere letale. A quel punto, anche il quarto posto diventerebbe un terreno scivoloso.
La Juventus, oggi, non è una squadra incompiuta. È una squadra limitata da ciò che non ha. E finché non troverà qualcuno capace di prendersi la responsabilità del gol quando pesa, resterà lì. Competitiva, ordinata, rispettabile. Ma non oltre.

