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Bremer: «La Juventus senza Champions non la immagino»

Il difensore bianconero si racconta: ambizione, bel gioco e il rapporto con Spalletti dopo l’infortunio

4 min di lettura

Gleison Bremer non concepisce una Juventus fuori dall’Europa che conta e rilancia le ambizioni bianconere guardando al futuro con lucidità e fame. In una lunga intervista concessa al Corriere della Sera, il difensore brasiliano ha raccontato il proprio percorso, intrecciando obiettivi personali, idee di calcio e il rapporto con Luciano Spalletti, senza eludere il tema più delicato: il ritorno dopo mesi difficili segnati dagli infortuni.

Champions come identità, non come obiettivo

Per Bremer la Champions League non è un traguardo accessorio, ma una componente strutturale della Juventus. «Non riesco a immaginare la Juve senza la Champions», ha spiegato, chiarendo come la sua scelta di vestire il bianconero sia legata alla volontà di vincere e lasciare un segno nella storia del club. Un’affermazione che va oltre la stagione in corso e che restituisce l’idea di un progetto vissuto come responsabilità, non come semplice passaggio di carriera.

Cagliari, dominio senza premio

Il ko in Sardegna non viene rimosso, ma analizzato. Bremer parte dai numeri – possesso palla schiacciante, calci d’angolo, tiri – per spiegare una frustrazione inevitabile quando la prestazione non produce il risultato. «Se non vinci ti arrabbi sempre», ammette, riconoscendo però che certe partite raccontano comunque un lavoro che, alla lunga, tende a pagare. Più precisione sui cross, maggiore efficacia nei duelli aerei: dettagli, non bocciature.

Sul concetto di “bel gioco” il difensore è netto. Giocare bene non è un vezzo, ma una strada che storicamente porta a vincere. Negli ultimi anni, osserva, le squadre capaci di dominare il gioco sono quelle che hanno alzato i trofei. Il risultato resta centrale, ma il controllo della partita è la base su cui costruirlo.

Spalletti e la nuova versione di Bremer

Il rapporto con Spalletti emerge come uno snodo tecnico e mentale. Il tecnico chiede al brasiliano di prendersi più rischi palla al piede, di essere incisivo anche nella costruzione. Una richiesta che Bremer riconosce come corretta, pur filtrata dall’esperienza degli infortuni: dopo due stop importanti, la gestione del corpo cambia. Non solo forza e velocità, ma letture, studio dell’avversario, attenzione ai dettagli.

In questo percorso, lo staff della Juventus ha avuto un ruolo chiave, tra lavoro video e confronto continuo con i match analyst. «Il gioco di Spalletti mi piace perché abbiamo spesso il pallone», racconta Bremer, sottolineando come questo stile alleggerisca anche il peso fisico del rientro: a volte quasi non sente più l’infortunio.

Modelli, mentori e ritorni difficili

Nel racconto emergono anche i riferimenti ideali. Il modello resta Lúcio, mentre Giorgio Chiellini è diventato un mentore vero e proprio, con un insegnamento chiave: guardare l’uomo, non solo la palla. Un concetto che Bremer sente suo, al di là delle etichette legate alla scuola brasiliana.

Durante la riabilitazione, il tempo si è riempito di famiglia, chitarra e letture. Dai testi di Aristotele a L’arte della guerra, fino alle storie di Roberto Baggio e Alessandro Del Piero, studiate per capire come si torna davvero dopo un grande infortunio. Un consiglio, ricevuto proprio da Del Piero al J-Medical, resta inciso: calma, niente fretta, cura la mobilità.

Un leader che guarda avanti

Dalle parole di Bremer emerge un difensore più consapevole, meno istintivo e più completo. Un leader che non rimuove le difficoltà, ma le integra nel proprio percorso. La Juventus, per lui, resta un punto d’arrivo da onorare ogni giorno. E la Champions, più che un obiettivo, una necessità identitaria.

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