La Federcalcio ha respinto ufficialmente l’istanza di grazia presentata dalla Juventus per Pierre Kalulu, confermando la squalifica del difensore in vista del match interno contro il Como. Il provvedimento, siglato dal presidente Gabriele Gravina, pone fine a un braccio di ferro legale iniziato dopo l’espulsione rimediata dal francese nel derby d’Italia a San Siro, episodio aspramente contestato dal sodalizio bianconero per l’assenza di un contatto reale con l’interista Bastoni.
L’inammissibilità della grazia e il peso del precedente
La decisione della FIGC non si limita a una mera applicazione del codice di giustizia sportiva, ma assume i contorni di una scelta di sistema. Il club sabaudo aveva impostato la propria linea difensiva sulla palese ingiustizia del cartellino rosso, cercando di trasformare un errore tecnico in un caso di revisione straordinaria. Tuttavia, la presidenza federale ha preferito blindare l’autonomia delle decisioni arbitrali sul campo, evitando di creare un precedente che avrebbe potuto scardinare la certezza delle sanzioni disciplinari in Serie A. All’interno della Continassa, il rifiuto è stato accolto con una freddezza che tradisce il deterioramento dei rapporti istituzionali, interpretando l’esito della vicenda come un segnale di chiusura politica in una stagione già segnata da frizioni arbitrali costanti.
Una strategia di rottura: il significato della mossa bianconera
Il tentativo della Juventus di ricorrere all’istituto della grazia per una squalifica ordinaria rappresenta un unicum tattico nella gestione della comunicazione e dei rapporti con la Federazione. Più che una reale speranza di recuperare il centrale francese per la sfida contro i lariani, la mossa della dirigenza è parsa una manifestazione di dissenso strutturato. Esasperata da una serie di episodi valutati come penalizzanti, la compagine bianconera ha voluto testare la reattività del sistema, forzando la mano per ribadire la propria intransigenza verso l’attuale status quo. Questa contrapposizione frontale sposta l’asse dal campo alle scrivanie, delineando una fase di impasse diplomatica tra il club più titolato d’Italia e i vertici di via Allegri, con il caso Kalulu eletto a simbolo di una battaglia identitaria più ampia.
Le ripercussioni tattiche e il futuro della difesa
L’assenza forzata di Kalulu obbliga lo staff tecnico a ridisegnare l’assetto arretrato per un impegno che, sulla carta abbordabile, nasconde ora insidie psicologiche non trascurabili. La perdita del difensore, pilastro della retroguardia per capacità di anticipo e rapidità, priva la squadra di una risorsa fondamentale nella gestione delle transizioni avversarie. Oltre l’aspetto agonistico, resta sul tavolo la sensazione di un clima di accerchiamento che la società sembra voler alimentare per compattare l’ambiente. La vicenda non si chiude con il fischio d’inizio di Juventus-Como, ma proietta la propria ombra sui prossimi summit di Lega, dove il peso politico dei bianconeri e il rapporto con la presidenza Gravina saranno nuovamente messi alla prova in un confronto che appare ormai inevitabile.
