Il portiere bianconero, nella disfatta per 5-2 patita dalla Juventus contro il Galatasaray, è stato protagonista di una prestazione che riaccende prepotentemente il dibattito sulle sue attuali gerarchie tecniche. Tra le mura dell’Ali Sami Yen, l’estremo difensore ha palesato gravi lacune nel posizionamento e una cronica incertezza nelle uscite, sollevando interrogativi sulla tenuta psicofisica di un interprete apparso lontano dagli standard d’eccellenza richiesti dal palcoscenico internazionale.
Il tracollo turco: anatomia di una serata deficitaria
La spedizione ad Istanbul si è trasformata in un calvario tattico per l’ex portiere del Monza, ritenuto responsabile diretto in almeno tre delle marcature subite dalla compagine di Luciano Spalletti. Nonostante il vantaggio iniziale maturato nel primo tempo, la ripresa ha visto il crollo del muro difensivo, propiziato da un intervento rivedibile di Di Gregorio sulla conclusione di Yilmaz: una respinta corta e centrale che ha di fatto consegnato il pallone all’attaccante turco per il pareggio. «In queste circostanze è fondamentale gestire la sfera verso l’esterno, ma la mia esecuzione ha penalizzato il lavoro di Gatti e Kalulu», avrebbe potuto riflettere il numero 16 osservando la dinamica dell’azione.
La crisi di autorità si è riverberata poco dopo su una palla inattiva calciata dal lato corto dell’area. In una zona solitamente di competenza esclusiva del portiere, Di Gregorio è rimasto ancorato alla linea di porta, rinunciando all’uscita alta e permettendo alla traiettoria di spegnersi in rete senza opposizione. Questa tendenza a non utilizzare i pugni per bonificare l’area piccola trasmette un’evidente insicurezza all’intero reparto, trasformando ogni cross in un potenziale pericolo. Il sigillo finale di Sacha Boey, pur viziato da una conclusione di rara potenza, ha trovato il portiere milanese nuovamente fuori posizione, troppo sbilanciato sul proprio palo sinistro per poter intervenire efficacemente.
Analisi di un’involuzione: i numeri del sodalizio bianconero
I dati statistici delineano un profilo in chiaroscuro per il classe 1997, alla sua seconda stagione all’ombra della Mole. Se l’annata d’esordio si era chiusa con 18 clean sheets, l’attuale rendimento nel 2025/26 registra 31 reti incassate in 29 apparizioni, con una percentuale di parate che si attesta al 70,7%. Si tratta di cifre che testimoniano la difficoltà nel replicare la continuità mostrata in Brianza. Gli errori di Istanbul non rappresentano un unicum: le incertezze mostrate nel derby d’Italia a San Siro sull’autogol di Cambiaso e la mancata reazione sulla rete di Isaksen contro la Lazio di Sarri confermano un trend di appannamento che va analizzato con rigore editoriale.
La ricerca della serenità perduta
Nonostante la ridda di critiche, sarebbe deontologicamente scorretto etichettare Di Gregorio come un profilo non all’altezza della maglia bianconera. Le prodezze esibite in palcoscenici come il Bernabéu o gli interventi decisivi su Çalhanoğlu restano nella memoria come prova di un talento cristallino. Il dato dei 16 gol subiti al primo tiro in porta è però un monito che non può essere ignorato. Il futuro prossimo della Juventus passa inevitabilmente dal recupero psicologico del suo estremo difensore: è imperativo che Di Gregorio ritrovi quella fiducia necessaria per tornare a essere il baluardo invalicabile di cui la compagine di Spalletti ha bisogno per competere ai vertici.
